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Fabbisogno formativo linguistico nel tessuto aziendale di Livorno e provincia

Premessa

Allo scopo di rilevare l'andamento del mercato del lavoro nella provincia di Livorno e poter individuare le esigenze ed i fabbisogni formativi, ci siamo basati sull’indagine Excelsior condotta dalla Provincia di Livorno e dalla Camera di Commercio di Livorno nel 2005.

Dall'indagine Excelsior 2005

Il Sistema Informativo Excelsior messo a regime a partire dal 1997 in accordo con il Ministero del Lavoro e con il contributo del Fondo Sociale Europeo, si colloca ormai stabilmente nel panorama delle informazioni del nostro Paese quale punto di riferimento per l’analisi della domanda di lavoro, soprattutto in un'ottica previsiva.

Excelsior si fonda su una indagine svolta annualmente sui "fabbisogni professionali" delle imprese italiane. Viene selezionato un campione molto ampio di imprese con dipendenti (circa 100.000, cioè quasi 1 su 10); queste rispondono a un'intervista telefonica, svolta entro i mesi iniziali dell’anno, nella quale viene chiesto loro di indicare in modo dettagliato il numero di persone che intendono assumere nell'anno seguente e quali caratteristiche dovrebbero avere (professione, titolo di studio, età, esperienza, se è difficile trovarle, ecc.). In questo modo, elaborando le risposte, è possibile capire non solo quante persone potranno essere assunte nel corso dell’anno - sia a livello nazionale, sia in ciascuna provincia italiana - ma anche quali saranno le professioni e i titoli di studio più richiesti, le opportunità per i giovani e per chi non ha ancora avuto esperienze di lavoro, ecc.

Il Sistema Informativo Excelsior e la relativa indagine annuale sui fabbisogni di professionalità delle imprese rappresentano ormai da diversi anni un riferimento per coloro che, a vario titolo, sono interessati a comprendere l'evoluzione del mercato del lavoro in provincia di Livorno. Excelsior consente di ricostruire un quadro aggiornato della consistenza dei flussi di entrata programmati dalle imprese, disaggregati su base dimensionale e settoriale, rappresentando, al contempo, una fonte unica ed originale per valutare le dinamiche e le prospettive del mercato del lavoro. Le informazioni del progetto Excelsior sono organizzate, e possono essere elaborate, anche con riferimento a particolari "insiemi" estremamente dettagliati, così da permettere la conoscenza e l'analisi a livello "micro". Sono stati presi in considerazione tre "insiemi":

La domanda di lavoro nei settori dell'economia provinciale

Data la struttura economica provinciale, decisamente orientata in senso terziario, non stupisce il fatto che il 65% delle entrate previste nel 2005 si concentreranno in questo comparto. La maggior parte delle opportunità lavorative (non solo quelle "stabili", ma anche quelle stagionali, come si vedrà in seguito) verrà infatti offerta dal turismo, dai servizi operativi e alle persone e dal commercio; al di fuori dei servizi, le assunzioni previste si concentrano soprattutto nelle costruzioni e nell'industria dei metalli.

è interessante rilevare il fatto che il principale settore dell'economia provinciale, vale a dire i trasporti e le attività connesse, non figura tra i settori con il maggior numero di assunzioni previste, essendo caratterizzato da un più contenuto tasso di entrata.

Il tasso di entrata dei servizi è solo leggermente superiore a quello delle attività industriali (6,5% contro 6,2%), ma tale valore rappresenta la media tra valori molto diversi: si passa infatti dal 13-15% del turismo, dei servizi operativi e dei servizi alle persone - settori in cui il turn over è sempre molto elevato - al solo 3-4% nei trasporti e nel commercio. Nell'industria spicca l'elevato tasso di entrata delle costruzioni (9,6%), nettamente superiore alle attività industriali propriamente dette.

Il tasso di uscita risulta più elevato nei servizi (6,6% contro il 4,4% nell’industria), determinando un saldo nullo in queste attività, mentre l'industria prevede una crescita pari all'1,8%. Tra i servizi, il commercio e gli studi professionali prevedono nel 2005 una riduzione netta dell'occupazione; i restanti settori dei servizi - anche quelli con tassi di entrata molto elevati - mostrano una crescita attesa che nel migliore dei casi non supera lo 0,8%.

Già questi dati molto generali mettono in evidenza due fenomeni di un certo rilievo:

Fa invece eccezione il commercio, che mostra tassi piuttosto contenuti e in diminuzione rispetto agli anni precedenti; ciò riflette probabilmente la situazione di stasi del settore, certamente meno dinamico rispetto a qualche anno fa.

Il quadro delle previsioni espresse dalle diverse attività economiche in cui si articola il sistema produttivo locale consente di osservare congiuntamente, per ciascun settore, il tasso di entrata 2005 e il saldo tra entrate e uscite previste, espresso rispetto a 100 occupati al 31.12.2004. Dall’esame di tale quadro, solo il settore delle costruzioni presenta contemporaneamente un tasso di entrata e un saldo elevato. Emergono poi, dal punto di vista del saldo previsto, due settori industriali di piccole dimensioni (carta-legno e industria alimentare), nei quali esistono quindi opportunità di crescita per le imprese e conseguenti possibili spazi occupazionali, benché non particolarmente rilevanti in termini assoluti. Viceversa, il settore turistico, i servizi alle persone e i servizi operativi presentano, come si è osservato, tassi di entrata molto elevati, ma accompagnati da valori pressoché nulli del saldo occupazionale. Il commercio e il segmento degli studi professionali, come già accennato, prevedono saldi negativi, analogamente al complesso delle imprese di maggiore dimensioni, per le quali dovrebbe proseguire la tendenza ormai consolidata alla riduzione degli organici.

Passando ad aspetti di natura qualitativa, è possibile valutare – ovviamente in termini generali - sulla base di un apposito indicatore, il "fabbisogno di professionalità" espresso da ciascun settore, che sembra essere più elevato, oltre che negli studi professionali, nei servizi alle imprese, nel turismo e nell'industria meccanica.

Il profilo medio della domanda di lavoro da parte dei settori dell'economia livornese può essere sintetizzato anche nel valore del fabbisogno formativo delle figure richieste da ciascun settore. Il risultato fornisce una graduatoria settoriale parzialmente differente da quella ottenuta considerando il fabbisogno di professionalità, graduatoria nella quale l'industria meccanica, quella dei metalli e i trasporti guadagnano alcune posizioni, mentre il commercio e il turismo decrescono.

L’analisi fa emergere i settori con necessità di figure più qualificate e al tempo stesso con maggiore formazione: tra questi settori figura, oltre al turismo e ai servizi alle imprese, anche l'industria meccanica, che esprime quindi, una significativa domanda di politiche formative adeguate.

La relazione Excelsior elabora informazioni analitiche relative alle professioni (strutturate secondo la classificazione internazionale ISCO al massimo livello di dettaglio) maggiormente richieste dalle imprese in provincia di Livorno nel 2005, confrontate con i relativi dati medi annuali delle quattro precedenti indagini Excelsior (2001-2004).

Per ciascuna delle professioni considerate, quelle con il maggior numero di assunzioni previste nell'intero periodo 2001-2005, vengono indicati:

è sulla statistica relativa alla necessità di ulteriore formazione con corsi che ci soffermiamo. Ecco di seguito un riepilogo delle professioni prese in considerazione per la valutazione del fabbisogno formativo e la relativa percentuale di necessità formativa calcolata nel periodo 2001-2005.

Provincia di Livorno: necessità di formazione delle principali professioni richieste (medie mobili triennali)*
2001-03 2002-04 2003-05
Dirigenti e direttori 23,3 16,1 27
Professioni intellettuali e scientifiche 57,8 47,7 46,7
Programmatori informatici 80 39 28,3
Specialisti in amministrazione e contabilità 16,3 22,5 13,7
Ingegneri meccanici 83,7 56,7 59,3
Altre professioni 48,8 54,4 60,2
Professioni tecniche 33,4 31,8 37,8
Tecnici della contabilità e assimilati 20,4 13,2 23,1
Agenti di vendita e rappresentanti di commercio 34,4 36 37,8
Disegnatori CAD-CAM e assimilati 38 29,1 32
Altre professioni 45,8 45,1 45,6
Professioni esecutive di amministrazione e gestione 37,8 32,7 29,7
Impiegati amministrativi e addetti alla contabilità 26,4 24 28,1
Impiegati addetti a compiti di segreteria 21,8 26,6 23,2
Addetti alla reception, alle informazioni e al call center 60,2 46,1 24,8
Operatori di sportello e altri impiegati in banche e assicurazioni 78,8 70,1 75,2
Impiegati addetti alla gestione del magazzino 45,5 16,7 18,3
Altre professioni 30,2 18,2 14,3
Professioni relative alle vendite e ai servizi per le famiglie 30,5 29,9 33,2
Addetti alle vendite: commessi e cassieri di negozio 41 35,7 40,9
Camerieri, baristi e assimilati 10,6 14,1 19,6
Cuochi e addetti alla preparazione dei cibi   8,3   3,1   7,9
Parrucchieri, specialisti nelle cure di bellezza e assimilati 35,7 31,1 16,8
Assistenti socio-sanitari presso istituzioni 67,1 71,6 71
Addetti ai servizi di sicurezza e vigilanza 61,1 56,5 12,6
Altre professioni 88,9 81,8 84,6
Operai specializzati 35,3 28,8 24,2
Addetti all'edilizia: muratori 14,5 12,4   7,4
Carpentieri in metallo 29,9 35,6 15,7
Addetti specializzati nei servizi di pulizia 86,3 76,8 67,7
Installatori di tubazioni e idraulici 13,7 18,6 13,1
Installatori impianti elettrici e elettricisti 19 12   9,3
Addetti alla costruzione di utensili e prodotti metallici 13,6   0 25
Meccanici e riparatori di macchinari agricoli o industriali 17,1 15 19,8
Addetti alle lavorazioni artigianali: pane e prodotti dolciari 42,9 41,3   6,3
Meccanici e riparatori di autoveicoli 28,9 39,2 38,9
Falegnami, costruttori mobili e altri articoli in legno 43,1 41,9 32,2
Altre professioni 36,7 28 33,6
Conduttori di impianti, operatori di macchinari fissi e mobili 43,3 46,2 48,6
Conducenti di autocarri pesanti e camion 39,6 42,2 46,1
Addetti agli impianti di fusione dei metalli 95,9 95,1 86,6
Altre professioni 29,6 30 38,8
Personale non qualificato 33,2 27,3 24,5
Addetti al carico/scarico delle merci 44,2 34,6 31,2
Personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia 17,7 14,2   6,6
Manovali nel settore delle costruzioni edili 12,8 37,8 53,3
Netturbini 57,7 44,1 57,3
Altre professioni 30,6 21,5 18,8
Media 35,2 31,7 31,1

Le necessità di ulteriore formazione con corsi risultano più elevate tra le professioni intellettuali altamente specializzate e tra i conduttori di impianti. Tra le singole professioni, i valori più consistenti si riscontrano per gli addetti agli impianti di fusione dei metalli, per gli operatori di sportello in banche e assicurazioni e per gli assistenti socio-sanitari.

Nei limiti legati al semplice utilizzo dei dati (in primo luogo riconducibili al tempo che intercorre tra le richieste formulate dalle imprese e l'effettiva disponibilità sul mondo del lavoro da parte dei giovani che scelgono il proprio percorso sulla base della situazione attuale), è possibile trarre alcuni spunti utili per l'attività di orientamento, scolastico e professionale. Orientamento che, dati i cambiamenti in atto nel mercato del lavoro, appare ormai indispensabile non solo nella fase iniziale di identificazione del proprio ruolo professionale ma anche nei momenti "di passaggio", in cui per vari motivi (nuove aspirazioni, pericolo di perdere l'attuale lavoro, ecc.) si è portati a ridefinire la propria collocazione professionale.

Le necessità formative in campo linguistico

Le opinioni e i giudizi delle imprese verso le lingue straniere fanno trasparire atteggiamenti tra loro asimmetrici. Le testimonianze fornite su concreta utilizzazione e posizionamento delle competenze linguistiche nei diversi contesti aziendali, infatti, si discostano sensibilmente dalla generale percezione circa l’utilità che le lingue straniere possono avere all’interno del complessivo sistema di relazioni economico-commerciali.

A quasi il 100% delle imprese che riconosce l’inglese come la lingua veicolare più utile per il mondo degli affari (seguito a distanza da tedesco, francese e spagnolo) si contrappone circa un quarto delle stesse che afferma che le lingue straniere non sono per loro di alcuna utilità. Ad una quota superiore al 90% di imprese che valuta utile il personale con competenze linguistiche fa da contro eco circa il 20% delle stesse che giudica inutile disporre nella propria organizzazione aziendale di risorse umane con simili abilità. In altri termini imprenditori e dirigenti intervistati sembrano incasellare le loro opinioni all’interno di concetti stereotipati, senza una reale convinzione e consapevolezza dell’importanza e/o del ruolo che le lingue straniere possono avere all’interno del mix di fattori che alimentano innovazione e competitività delle proprie imprese.

D’altro canto, ciò si desume anche dal fatto che per oltre il 60% delle imprese le competenze linguistiche non sono oggetto di valutazione in fase di reclutamento e che, quando lo sono, nella maggioranza dei casi non viene verificato l’effettivo livello di padronanza, essendo sufficiente la mera dichiarazione di possesso da parte delle risorse selezionate. Lo spazio residuale lasciato all’esame di questo tipo di competenze è, comunque, giustificabile alla luce del basso numero di addetti con abilità linguistiche (per lo più impiegati e funzionari commerciali) presente nella compagine imprenditoriale. Oltre il 50% delle imprese non impiega alcun addetto che nello svolgimento delle sue mansioni lavorative utilizza le lingue straniere. Quando ciò accade, per oltre il 70% dei casi il numero di addetti non supera le due unità. Tra le lingue utilizzate predomina in misura assoluta l’inglese (oltre il 90%).

Grado di accordo delle imprese sulla conoscenza e l’utilizzo delle lingue in azienda (val. %)
Imprese in generale
Al giorno d'oggi, disporre di personale che conosce le lingue è necessario per qualsiasi azienda, indipendentamente dalle effettive attività con l'estero Molto d'accordo 31,0
Abbastanza 45,0
Poco 19,1
Per niente 4,6
Non sa/non risponde 0,3
Totale 100,0
è inutile organizzare corsi di lingue nelle aziende dove le lingue non vengono utilizzate Molto d'accordo 22,4
Abbastanza 28,6
Poco 33,5
Per niente 14,7
Non sa/non risponde 0,7
Totale 100,0
Nella mia regione/provincia è facile trovare personale che parle bene le lingue straniere Molto d'accordo 16,6
Abbastanza 35,4
Poco 34,3
Per niente 9,8
Non sa/non risponde 3,8
Totale 100,0
è fondamentale avere personale che conosca le lingue dei paesi delle economie emergenti (cinese, arabo, ecc.) Molto d'accordo 17,6
Abbastanza 37,5
Poco 30,9
Per niente 13,4
Non sa/non risponde 0,6
Totale 100,0
Per sviluppare buoni rapporti commerciali non basta conoscere la lingua di un paese, ma anche la sua cultura Molto d'accordo 42,7
Abbastanza 43,2
Poco 9,9
Per niente 3,9
Non sa/non risponde 0,2
Totale 100,0
Nel lavoro è sufficiente avere competenze linguistiche minime per poter leggere manuali o guardare su Internet Molto d'accordo 25,2
Abbastanza 40,7
Poco 26,1
Per niente 7,8
Non sa/non risponde 0,2
Totale 100,0

Le lingue straniere nell’immaginario aziendale:
la predominanza dell’inglese tra luoghi comuni e fabbisogni residuali

Nell’immaginario aziendale, l’inglese è senza dubbio la lingua veicolare per definizione. Gli intervistati, imprenditori o dirigenti aziendali, classificandolo quasi all’unanimità (99,3%) come la lingua straniera più utile (tab. 1), si sono pienamente uniformati all’opinione prevalente che considera l’inglese l’idioma proprio del mondo del business. Seguono a distanza, nella graduatoria ideale tracciata dal campione, il tedesco (28,3%), il francese (27,7%) e lo spagnolo (19,7%), presumibilmente di supporto alle relazioni commerciali con il mercato interno all’Unione Europea e, nel caso delle ultime due, anche ai rapporti con aree extraeuropee (per es. paesi del Magreb e ispanoamericani).

Tab. 1 - Le lingue straniere più utili per classe di addetti, settore, realizzazione di import/export – imprese in generale (val. %).
Classe di addetti Settore Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi No
Arabo 1.2 1.2 -- 0.4 1.2 1.9 0.8 1.3 1.2
Cinese 7.3 7.6 2.6 6.1 8.8 7.1 8.6 6.9 7.3
Francese 28.1 25.5 26.2 26.4 29.7 27.5 24.7 28.5 27.7
Giapponese 1.0 -- -- 0.6 0.3 1.4 1.4 0.7 0.8
Inglese 99.3 99.9 100.0 99.6 99.6 99.1 99.9 99.2 99.4
Russo 2.0 0.9 0.4 1.1 2.7 1.9 2.0 1.8 1.9
Spagnolo 19.1 24.2 22.9 18.7 19.4 21.0 22.1 19.2 19.7
Tedesco 27.6 31.9 45.4 30.5 27.3 27.0 30.2 27.8 28.3
altro 0.4 -- -- 0.3 0.4 0.3 -- 0.4 0.3

Il cinese, posizionato in quinta posizione, testimonia la consapevolezza tra gli intervistati dell’impatto sui mercati internazionali della potenza cinese dopo il suo ingresso nel Wto. La composizione delle opinioni sull’utilità delle lingue straniere non varia in modo sostanziale se analizzata rispetto alle diverse variabili strutturali in cui possono essere disaggregati i dati generali, ovvero classe di addetti, settore di appartenenza, realizzazione di attività import/export. Trasversalmente a ciascuna delle dimensioni di analisi considerate, l’inglese risulta essere sempre, per oltre il 99% dei casi, la lingua straniera più utile mentre, secondo la variabile di riferimento, si possono verificare alcune oscillazioni circa l’utilità percepita delle altre lingue straniere. Infatti, tenendo conto delle variazioni più rilevanti, è possibile osservare che rispetto:

Passando dalla dimensione ideale a quella reale, ovvero dalla percezione di utilità al concreto utilizzo delle lingue straniere, si riscontra un’apprezzabile riduzione dei relativi valori percentuali, in conseguenza del fatto che circa un quarto del campione degli intervistati (24,6%, tab. 2) dichiara che all’interno dei rispettivi contesti aziendali non sussiste alcun fabbisogno linguistico e che, dunque, nessuna lingua straniera può essere di una qualche utilità per il business aziendale. Tale fenomeno sale tra le microimprese (25,2%), nell’industria (31,1%) e, seppure in misura residuale, persiste con una quota pari a 3,8% anche tra quelle imprese che dichiarano di fare import/export e che, quindi, sono presumibilmente impegnate sul fronte dei mercati esteri. Al netto di tale dato negativo, inglese (71,9%), tedesco (20,6%) e francese (17,6%) costituiscono gli idiomi più ricorrenti, in cui si concretizzano le competenze linguistiche utili all’espletamento di compiti e attività verso mercati esteri.

Tab. 2 - Le lingue straniere più utili per le singole aziende, per classe di addetti, settore, area geografica, realizzazione di import/export, imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Settore Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi No
Albanese 0,2 1,3 - 0,2 - 0,8 0,4 0,4 0,4
Arabo 1,0 1,1 - 0,7 0,8 1,5 0,4 1,2 1,0
Cinese 2,0 2,0 2,5 1,7 2,8 1,7 4,2 1,5 2,0
Francese 17,7 16,3 19,8 13,0 19,5 20,0 23,5 16,1 17,6
Giapponese 0,4 0,7 0,9 - - 1,1 0,5 0,4 0,4
Inglese 71,5 73,4 85,6 66,5 70,7 77,6 92,6 66,9 71,9
Rumeno - 1,6 - 0,2 - 0,3 - 0,2 0,2
Russo 0,2 1,4 0,9 1,0 0,2 - 1,3 0,1 0,4
Spagnolo 6,6 7,6 12,9 5,8 7,9 6,7 10,0 5,9 6,7
Tedesco 19,3 28,7 35,1 19,0 18,8 23,4 31,9 17,8 20,6
Altre lingue comunitarie 0,2 - - 0,3 0,4 - 0,4 0,2 0,2
Altre lingue dell’Europa dell Est (croato, bulgaro, ecc.) 0,3 1,3 - 0,7 - 0,6 0,7 0,4 0,5
Nessuna/non c è bisogno di conoscere le lingue straniere 25,2 21,3 12,0 31,1 25,6 18,2 3,8 29,7 24,6

Utilità dichiarata e impiego concreto delle competenze linguistiche in azienda

Nel tentativo di comprendere in modo più circostanziato il valore effettivo attribuito da imprenditori e dirigenti aziendali alle competenze linguistiche, il questionario utilizzato per la rilevazione ha richiesto agli intervistati di esprimersi circa l’utilità di disporre di risorse umane aventi questo tipo di abilità, sia in termini generali, sia con riferimento al proprio contesto aziendale. Le risposte fornite in proposito si caratterizzano per un andamento analogo a quello emerso in precedenza riguardo alla più generale valutazione di utilità delle lingue straniere. Dalle opinioni espresse si evince l’esistenza di una divaricazione tra percezione di utilità e acquisizione in azienda di conoscenze, competenze, abilità linguistiche. Queste ultime sembrano, infatti, rappresentare sostanzialmente un “asset” aziendale, se proiettato all’esterno del proprio contesto di riferimento.

La presenza di personale con competenze linguistiche è considerata utile da oltre il 90% delle imprese (tale valore si ottiene dalla somma dei “molto” con gli “abbastanza” utile, tab. 3). Alla richiesta, però, di trasferire la stessa valutazione nella propria organizzazione, solo il 51,2% di imprese (percentuale più bassa di quasi la metà di quella precedente, ottenuta anche in questo caso dalla somma dei “molto” e degli “abbastanza” utile, tab. 4) ritiene utile disporre di personale con conoscenze linguistiche, mentre il 19,4% del campione valuta questa tipologia di risorse umane per niente utile. Tale posizione, pressoché ricorrente nel campione a prescindere dal settore di appartenenza, scompare quasi del tutto solo nelle grandi imprese con 100 ed oltre addetti.

Tab. 3 - Grado di utilità del personale con conoscenze linguistiche
Imprese in generale
Molto utile 57,3
Abbastanza utile 38,1
Poco utile 3,0
Per niente utile 1,1
Non sa/non risponde 0,4
Totale 100,0

Tab 4 – Grado di utilità del personale con conoscenze linguistiche per singole aziende, classe di addetti, settore, realizzazione di import-export. Imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Settore Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi No
Molto utile 18,9 38,2 45,5 22,4 16,9 23,9 55,8 13,0 21,4
Abbastanza utile 30,5 24,2 31,5 23,7 31,6 33,8 25,5 30,8 29,8
Poco utile 30,4 20,1 20,7 31,1 29,6 26,9 15,8 32,3 29,1
Per niente utile 19,9 17,5 1,6 22,5 21,5 15,1 2,9 23,4 19,4
Non sa/non risponde 0,4 - 0,6 0,3 0,4 0,3 - 0,4 0,3

La rilevanza delle competenze linguistiche nella selezione del personale

Coerentemente con i dati precedentemente illustrati, per il 66,1% delle imprese in generale, competenze e abilità linguistiche non sono oggetto di valutazione al momento della selezione di nuove risorse umane (tab. 5). Quando lo sono, ciò avviene soprattutto per coloro che saranno inquadrati come impiegati (imprese in generale 15,9%) o addetti o funzionari commerciali (imprese in generale 17,3%), in misura minoritaria per altre funzioni aziendali siano essi dirigenti, funzionari o, infine, operai.

Tab. 5 - Funzioni per le quali sono valutate le competenze linguistiche in sede di selezione, per classe di addetti, settore, realizzazione di import/export . imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Settore Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi No
Dirigenti/vertici aziendali 5,2 12,2 43,9 6,9 3,9 7,9 13,1 4,8 6,4
Funzionari/quadri 4,1 11,6 43,0 5,3 5,0 5,7 11,6 3,9 5,4
Impiegati 13,1 33,9 55,7 15,8 9,7 20,9 32,8 11,9 15,9
Addetti alle vendite/ commerciali/agenti 14,8 33,5 50,3 19,9 19,0 13,6 39,1 12,1 17,3
Operai 4,1 4,6 3,8 4,7 4,1 3,7 5,1 3,9 4,1
Per nessuna funzione 69,3 44,8 21,9 66,2 68,9 63,7 35,5 73,4 66,1

Nella fattispecie costituisce un fattore dirimente la dimensione aziendale. Infatti, l’assenza di valutazione delle competenze linguistiche risulta essere inversamente proporzionale al numero degli addetti, diminuendo sensibilmente nelle grandi imprese con 100 addetti ed oltre (21,9%). La verifica delle competenze linguistiche (tab. 6) avviene nella maggioranza dei casi o su base fiduciaria con la semplice autodichiarazione di possesso di conoscenze linguistiche da parte delle risorse che verranno assunte (imprese in generale 45,4%), o attraverso una prova orale, nella quale viene testato il livello di padronanza delle stesse (imprese in generale 38,1%). In entrambi i casi lo spazio riservato a questa tipologia di competenze pare essere residuale rispetto al complessivo iter di reclutamento, a cui i nuovi assunti sono sottoposti.

Tab. 6 - Modalità di valutazione delle competenze linguistiche in sede di selezione (val. %)
Modalità Imprese in generale
In modo formale tramite test 15,5
Solo su dichiarazione, senza test 45,4
Con prova orale 38,1
Non sa/non indica 1,0
Totale 100,0

La presenza delle competenze linguistiche in azienda

Spostando il baricentro dell’indagine da ambiti prevalentemente valoriali ad altri più quantitativi, è possibile osservare che oltre la metà del campione, ovvero il 56,4% delle imprese in generale (tab. 7), non impiega alcun addetto che nello svolgimento del suo lavoro utilizza una o più lingue straniere.

Tab. 7 - Presenza/assenza di addetti che utilizzano una o più lingue straniere nelle attività lavorative (val. %)
Imprese in generale
Nessun addetto 56,4
Almeno 1 addetto (che utilizza 1 o più lingue straniere) 43,6
Totale 100,0

Per quelle imprese che hanno risposto positivamente, il numero di addetti che fa uso di lingue straniere è comunque tendenzialmente basso, tenuto conto che per oltre il 70% di esse, tale numero non supera quello dei due addetti per azienda (tab. 8).

Tab. 8 - Numero di addetti che utilizzano una o più lingue straniere nelle attività lavorative (val. %)
Imprese in generale
1 addetto 40,5
2 addetti 36,1
3 - 5 addetti 18,4
6 - 9 addetti 1,7
10 - 19 addetti 1,6
20 - 49 addetti 0,9
50 - 99 addetti 0,3
Non sa 0,6
Totale 100,0

Questo stesso ordine di grandezza lo si riscontra anche in termini di numero medio pari a 2,5 unità, nelle imprese in generale (tab. 9). Dagli incroci dei valori medi con le variabili strutturali prese in considerazione si osserva che tale valore è funzione della dimensione aziendale, giacché il numero medio di addetti che utilizzano le lingue straniere passa da 1,8 nelle microimprese a 22,7 nelle grandi, mentre ha un peso maggiore nell’industria (3,2), piuttosto che nel commercio e nel terziario/servizi (1,8 e 2,5, rispettivamente).

Tab. 9 - Numero medio degli addetti che utilizzano le lingue straniere nelle attività lavorative, per classe di addetti, settore, realizzazione di import/export (medie)
Classe di addetti Settore Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi No
Media 1,8 4,7 22,7 3,2 1,8 2,5 2,9 2,3 2,5

Tra le lingue utilizzate (tab. 10), in conformità con i dati precedenti, prevale sopra tutte l’inglese indicato da oltre il 90% del campione (92,5%), seguito dal francese (32,3%) e tedesco (19,7%). Oltre a queste viene segnalata una varietà piuttosto ampia di lingue sia europee sia extraeuropee che, ad eccezione dello spagnolo, non sembrano essere però lingue veicolari quantitativamente significative.

Tab. 10 . Le lingue straniere utilizzate dagli addetti in azienda (val. %)
Imprese in generale
Inglese 92,5
Francese 32,3
Tedesco 19,7
Spagnolo 8,6
Russo 1,3
Arabo 0,9
Cinese 0,8
Giapponese 0,3
Svedese 0,3
Altre lingue dell’Europa dell’Est (croato, polacco, ecc.) 0,3
Albanese 0,2
Olandese 0,1
Rumeno 0,1
Altro 0,2

La domanda di formazione linguistica delle imprese

Poche imprese fanno formazione linguistica

Sono poche le imprese che negli ultimi due anni hanno organizzato corsi di lingua straniera oppure preso iniziative per sviluppare o migliorare le competenze linguistiche del proprio personale (tab. 11): solo il 4,6% delle imprese.

Tab. 11 - Corsi/iniziative per la formazione linguistica del personale negli ultimi due anni, per classe di addetti, settore, realizzazione di import/export . imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Settore Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi No
4,1 5,8 43,1 3,6 4,0 6,0 10,3 3,3 4,6
No 95,9 94,2 56,9 96,4 96,0 94,0 89,7 96,7 95,4
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

La quota sale al 10,3% per quelle imprese che hanno rapporti commerciali con l’estero (import/export), ma si distingue realmente solo per le grandi imprese: è tra queste, infatti, che si riscontra una maggiore attenzione alle lingue straniere con il 43,1% delle imprese che ha organizzato corsi e iniziative volte ad aumentare le competenze linguistiche del proprio personale.

Nelle pagine seguenti l’attenzione sarà rivolta ad analizzare le caratteristiche delle imprese che hanno organizzato, a vario titolo, attività di formazione linguistica: preme, tuttavia, ricordare che si tratta di una esigua minoranza: il dato forte è pur sempre quello del 95,4% di imprese che non hanno avviato alcuna iniziativa in tal senso.

Interventi rivolti ai vertici aziendali per apprendere un inglese di livello intermedio Le poche imprese che hanno effettuato formazione linguistica negli ultimi due anni hanno coinvolto prevalentemente (lo ha fatto il 50,7%) i propri vertici aziendali: titolare, soci, e dirigenti (tab. 12). Questo è particolarmente vero per le micro imprese (56,2%); mentre al crescere della dimensione aziendale sono soprattutto gli impiegati ad essere coinvolti in attività di formazione linguistica: l’88,9% per le Pmi e l’82,2% per le grandi imprese, a testimonianza di un’organizzazione interna più articolata con funzioni specifiche maggiormente distribuite. È significativo, per queste due categorie, anche il coinvolgimento degli operai (o figure assimilabili) nelle attività di formazione linguistica: lo ha fatto il 17,9% delle Pmi e il 17,3% delle grandi imprese.

Tab. 12 - Funzioni aziendali che hanno partecipato a corsi/iniziative di formazione linguistica negli ultimi due anni, per classe di addetti . imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Totale
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Titolari/soci/dirigenti/vertici aziendali 56,2 29,0 38,9 50,7
Funzionari/quadri 14,6 22,8 56,8 19,3
Impiegati 33,5 88,9 82,2 45,7
Addetti alle vendite/commerciali/agenti 25,9 54,7 54,2 32,5
Operai e altre figure assimilabili 5,6 17,9 17,3 8,4
Altro 6,3 - - 4,8

Tutte le imprese che hanno erogato formazione linguistica negli ultimi due anni hanno privilegiato, tra le lingue da apprendere, la lingua inglese (tab. 13), che è stata insegnata presso tutte le imprese medio piccole.

Tab. 13 - Lingue studiate nei corsi/iniziative di formazione degli ultimi due anni, per classe di addetti e realizzazione di import/export, imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
No
Francese - 9,4 20,6 6,7 0,4 3,1
Inglese 100,0 100,0 99,6 99,6 99,8 99,7
Russo - - 1,0 0,2 - 0,1
Spagnolo 3,3 2,7 10,5 2,7 4,7 3,8
Tedesco 3,5 4,9 14,4 4,2 4,9 4,6

Solo le grandi riescono a diversificare maggiormente la propria offerta formativa, dedicandosi anche al francese (20,6%), al tedesco (14,4%) e allo spagnolo (10,5%). Le imprese che svolgono attività di import/export hanno attivato corsi di francese nel 6,7% dei casi contro l’irrilevante 0,4% di chi non ha attività commerciali con l’estero. Curioso, infine, che siano proprio le aziende che non praticano import/export ad aver attivato corsi di lingua in misura maggiore rispetto a chi ha scambi commerciali con l’estero: avviene per le lingue tedesca e spagnola proposte, rispettivamente, dal 4,9% e dal 4,7% di chi non pratica import/export, contro il 4,2% ed il 2,7% di chi lo pratica.

Tra i corsi erogati, pochi sono di livello avanzato (tab. 14). Continua a prevalere, invece, una alfabetizzazione linguistica di base: la metà delle aziende che hanno organizzato corsi di lingue negli ultimi due anni ha proposto al proprio personale percorsi per principianti. Ma cresce, ed è il dato che si afferma, il numero di imprese che propone corsi di livello intermedio.

Tab. 14 - Livello dei corsi/iniziative di formazione linguistica degli ultimi due anni, per classe di addetti, settore e realizzazione di import/export . imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Settore Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi No
Di base/principianti 48,4 53,2 75,9 48,3 72,6 42,3 48,1 54,0 51,4
Intermedio 46,5 49,1 118,7 71,4 41,7 49,0 61,5 46,5 53,0
Avanzato 14,5 34,7 61,0 31,9 28,6 12,2 34,5 11,4 21,4
Non sa 3,2 8,3 4,4 6,1 - 5,1 0,2 7,0 4,1

Soddisfazione per gli esiti dei corsi: erogati, per lo più, da scuole private

Le iniziative formative organizzate dalle imprese, almeno in ambito linguistico, sembrano dare risultati confortanti (tab. 15). Si è chiesto, infatti, ai responsabili della formazione (o in assenza ai responsabili del personale o direttamente ai titolari) quanto fossero stati utili i corsi erogati nelle loro aziende: circa la metà dei rispondenti (ovvero imprese che negli ultimi due anni hanno organizzato iniziative di formazione linguistica) si dichiara abbastanza soddisfatto degli esiti formativi, a ciò si aggiunge un ulteriore 39,8% che si dichiara molto soddisfatto.

Tab. 15 - Grado di utilità dei corsi/iniziative di formazione linguistica degli ultimi due anni, per classe di addetti, imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Molto 39,1 40,1 45,4 39,8
Abbastanza 46,7 53,1 50,3 47,9
Poco 11,1 6,8 0,9 9,6
Per niente 3,2 - - 2,4
Non sa - - 3,4 0,3
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0

Il dato è importante proprio in quanto proviene da chi, di quelle iniziative, dovrebbe essere il maggiore beneficiario: è una valutazione ex-post particolarmente significativa, perché avviene a distanza di tempo e dimostra una buona capacità di pianificare una formazione effettivamente utile e che trova riscontri immediati in ambito professionale. A parziale conferma, l’unico dato relativo a chi si ritiene per nulla soddisfatto lo si riscontra all’interno delle micro imprese: quelle che per struttura e organizzazione hanno meno capacità di pianificare e, probabilmente, anche di valutare con minore efficacia le società erogatrici di formazione. È alle scuole di lingua private che si sono rivolte maggiormente le imprese (tab. 16), seguite dal ricorso ad insegnanti privati (soprattutto PMI), o dal ricorso all’offerta formativa finanziata dai fondi pubblici (soprattutto micro imprese).

Tab. 16 - Tipologie di soggetti a cui l’impresa si è rivolta per organizzare corsi/iniziative di formazione linguistica (val. %)
Imprese in generale
Scuola/e di lingue privata 50,9
Insegnanti di lingue - ma non legati a una scuola 22,9
Personale interno all’azienda con competenze linguistiche 2,0
Centri di formazione pubblici (del Comune, della Provincia, della Regione) 22,6
Altro 2,6
Non sa 5,2

La quota di chi si rivolge all’offerta pubblica scende sempre al crescere della dimensione aziendale fino a toccare il 4,9% nelle grandi imprese. Il dato non è dovuto alla scarsa fiducia che la grande impresa pone nelle capacità delle strutture di formazione pubbliche, ma è legato piuttosto a problemi di pianificazione: l’offerta pubblica, dovendo ricorrere a procedure di evidenza pubblica per l’assegnazione dei finanziamenti, non è in grado di realizzare i corsi se non, ottimisticamente, dopo più di un anno dalla rilevazione del bisogno formativo: tempi che la grande impresa non sembra tollerare, preferendo rivolgersi direttamente al mercato quando emerge il bisogno. Discorso opposto si può fare per le micro imprese: queste, per ovvie economie di scala, guardano all’offerta pubblica presente e cercano, semmai, di forzare quelle che sono le proprie esigenze su quanto viene offerto in quel momento dalle strutture pubbliche, adeguando la domanda all’offerta.

Corsi poco innovativi svolti prevalentemente fuori dalle imprese

I corsi organizzati dalle imprese nell’ultimo biennio sono stati prevalentemente dei corsi a carattere generale, incentrati sulla grammatica e sulla conversazione (tab. 17) anche se significativa è la quota di corsi specialistici organizzati sulle esigenze del comparto a cui l’azienda appartiene. Da segnalare una buona percentuale (20%) di micro imprese che ha organizzato corsi specialistici.

Tab. 17 - Tipologia di corsi organizzati (val. %)
Imprese in generale Imprese nei distretti
Corsi generali (grammatica, conversazione) 57,0 60,0
Corsi di lingua specialistica per il vostro settore 16,4 17,1
Entrambi 23,9 20,0
Non sa 2,7 2,9
Totale 100,0 100,0

Riguardo ai supporti didattici, c'è poca innovazione (tab. 18): sono soprattutto libri dispense e, comunque, materiale cartaceo ad essere maggiormente usati come supporto per l’apprendimento linguistico.

Tab. 18 - Tipologia di supporti didattici utilizzati (val. %)
Imprese in generale
Libri/Dispense/materiale cartaceo 86,0
Cd-rom interattivi 29,6
Cassette/Videocassette 24,5
Nessuno di questi (es. solo conversazione) 5,1
Non sa 8,8

Più interessante è indagare sui luoghi e i tempi di erogazione della formazione linguistica (tab. 19), un dato che non può essere letto solo nei totali, ma che necessita di un approfondimento relativo alle dimensioni dell’azienda: ragionando in quest’ottica, per le imprese in generale, si nota chiaramente la propensione delle grandi imprese a svolgere le attività presso i locali dell’azienda (per il 94% di esse), contro il 32,7% delle micro imprese che, al contrario, prediligono (73,6% probabilmente anche per ragioni di spazio) usufruire di altri luoghi per la formazione linguistica come, ad esempio, le sedi delle scuole a cui si rivolgono (e che spesso, si è visto, sono centri di formazione dell’offerta pubblica).

Tab. 19 - Luoghi e tempi dei corsi/iniziative di formazione linguistica, per classe di addetti (val. %)
Classe di addetti Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
In una sede/locale dell’azienda/ente 32,7 53,6 94,0 41,0
In altri luoghi (sede della scuola, ecc.) 73,6 46,4 27,2 65,7
In parte in aula, in parte tramite formazione a distanza (telefono, internet) - - 1,0 0,1
In orario lavorativo 35,6 46,7 68,7 40,0
Durante le pause/fuori orario lavorativo 73,5 59,3 47,5 69,2

La stessa diversificazione si riscontra per i tempi della formazione linguistica: se le grandi imprese preferiscono svolgere le attività durante l’orario di lavoro (68,7% delle grandi imprese), le micro imprese limitano al massimo questa eventualità, preferendo utilizzare le pause lavorative o spingendo il proprio personale a frequentare i corsi fuori dall’orario lavorativo.

La scarsa propensione alla formazione linguistica cresce al crescere dell’impresa

A tutte le imprese si è chiesto di fare una previsione sull’organizzazione di corsi di formazione linguistica nei prossimi due anni. Emerge (tab. 20) una netta indicazione in senso negativo: il 66,6% dichiara in modo certo che non verrà organizzata nessuna iniziativa formativa su questa materia, a cui va aggiunto un ulteriore 19,7% che, pur incerto, propende per il no.

Tab. 20 - Propensione alla formazione linguistica nei prossimi due anni, per classe di addetti, settore, realizzazione di import/export, imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Settore Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi No
Sicuramente sì 2,6 4,8 32,9 1,4 3,4 4,4 5,1 2,6 3,1
Probabilmente sì 6,9 9,3 13,5 7,2 6,4 8,0 13,2 5,8 7,2
Probabilmente no 19,5 20,5 29,1 22,5 16,8 19,3 21,3 19,3 19,7
Sicuramente no 67,7 62,0 18,5 66,3 69,9 64,3 56,7 69,0 66,6
Non sa/non indica 3,3 3,5 5,9 2,6 3,4 4,1 3,7 3,3 3,4
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Solo le grandi imprese marcano una significativa differenza: è tra loro che si riscontra la percentuale più alta (32,9%) di chi dichiara che sicuramente effettuerà formazione in ambito linguistico; ma sommando insieme chi propende per il no con chi ritiene che sicuramente non effettuerà nessun intervento formativo, anche per le grandi imprese otteniamo una propensione negativa (47,6%). Non ci sono grandi differenze tra i settori produttivi, mentre una leggera propensione ad organizzare formazione linguistica la si riscontra tra le imprese con attività di import/export, se rapportate a chi non pratica scambi commerciali con l’estero.

Si apprendono le lingue europee, ma c'è voglia di russo, cinese e giapponese

Alle poche imprese intenzionate ad organizzare corsi nei prossimi due anni è stato chiesto su quali lingue sarebbero ricadute le loro scelte. Poche le sorprese, anche se di rilievo (tab. 21): scontata la supremazia dell’inglese (segnalato dal 94,5% delle imprese e con altissime frequenze per ciascuna categoria analizzata), e segnalata l’attenzione per la lingua tedesca (11,7%) da parte delle imprese appartenenti al terziario (16,2%) e di quelle che praticano attività di import/export (15,5%).

Tab. 21 - Lingue oggetto di formazione nei prossimi due anni, per classe di addetti, settore, realizzazione di import/export, imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Settore Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi No
Cinese - 5,2 3,3 - - 2,1 - 1,5 1,0
Francese 6,5 21,8 22,7 10.4 5,5 11.5 8,4 10,1 9,5
Giapponese - 5,2 - - - 1,8 - 1,2 0,8
Inglese 93,7 97,4 99,1 94,7 95,8 93,6 94,9 94,3 94,5
Russo 1,1 - 0,9 0,1 3,3 - 2,8 - 1,0
Spagnolo 2,2 - 8,7 1,1 3,3 2,0 5,9 0,1 2,1
Tedesco 10,8 15,0 14,8 7,7 8,4 16,2 15,5 9,7 11,7

Le novità importanti sono la presenza di lingue quali il cinese, il giapponese e il russo. Le prime due sono segnalate dal 5,2% delle Pmi, dalle imprese appartenenti al terziario e, un po' a sorpresa, dalle imprese che non hanno scambi commerciali con l’estero. Il russo, invece, è segnalato dalle micro imprese, tutte appartenenti al settore del commercio e che praticano attività di import/export.

Il numero di addetti coinvolti nei corsi di lingua previsti per il prossimo biennio è, mediamente, di sei per ogni azienda (considerando le sole imprese che hanno dichiarato di voler intraprendere formazione linguistica) (tab. 22). Ma il dato più significativo è quello relativo alla media per classe d’impresa: il numero cresce, ovviamente, al crescere delle dimensioni aziendali, per cui si passa da 2 addetti per le micro imprese ai cinque per le Pmi fino ad arrivare agli 89 per le grandi imprese.

Tab. 22 - Numero medio degli addetti che saranno coinvolti nei corsi/iniziative di formazione linguistica dei prossimi due anni, per classe di addetti . imprese in generale (val. medi)
Classe di addetti Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Media 1,9 5,2 89 6

La presenza di lavoratori stranieri non spinge i corsi di italiano L2

Al fine di indagare la propensione a realizzare iniziative formative specifiche sulla lingua italiana si è verificata la presenza di lavoratori stranieri, anche non dipendenti, presso le nostre imprese (tab. 23).

Tab. 23 - Presenza in azienda di addetti (anche non dipendenti) di origine straniera, per classe di addetti, settore, realizzazione di import/export . imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Settore Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi No
11,2 38,6 61,1 21,5 10,5 12,2 26,4 12,0 14,8
No 88,8 61,4 38,9 78,5 89,5 87,8 73,6 88,0 85,2
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Si scopre che il 14,8% delle imprese impiega personale di origine straniera. La percentuale cresce al crescere dell’azienda: tra le micro imprese solo l’11,2% occupa personale straniero, una percentuale che sale al 38,6% per le Pmi e al 61,1% per le grandi imprese.

Non ci sono rilevanti differenze tra i settori produttivi, se si esclude il dato dell’industria (21,5%) imputabile, però, più alla maggiore incidenza delle grandi imprese su questo comparto che non ad una peculiarità del settore produttivo. La presenza di stranieri, infine, raddoppia tra le imprese che attuano import/export rispetto a chi non ha scambi commerciali con l’estero.

Sono mediamente tre i lavoratori stranieri utilizzati dalle aziende che si avvalgono della loro presenza (tab. 24), con forti differenze rispetto alla classe dimensionale. C’è, in media, un solo lavoratore straniero per le microimprese e ben 31 per le grandi imprese. La presenza è maggiore (5 contro 2) per le imprese che, oltre ad avvalersi di personale straniero, attuano anche attività di import/export rispetto a quelle che non lo fanno.

Tab. 24 - Numero medio di addetti stranieri presenti nelle aziende con personale di origine straniera, per classe di addetti, realizzazione di import/export. imprese in generale (val. medi)
Classe di addetti Import/export Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
No
Media 1,3 4,6 31,4 5,3 2,4 3,4

La presenza di lavoratori stranieri non sembra creare problemi di comunicazione all’interno dell’azienda (tab. 25): è il 90% delle imprese che utilizza personale straniero a dichiararlo, con punte del 97% per la grande impresa. Problemi seri di comunicazione vengono registrati da una piccolissima percentuale di micro imprese (1,2%) e Pmi (2%).

Tab. 25 - Presenza di problematiche di comunicazione interna all’azienda per la presenza di addetti di origine straniera, per classe di addetti, - imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
7,7 0,9 15,9 4,7
No 95,9 99,1 84,9 96,1
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0

A conferma di questo clima positivo per la comunicazione interna e a testimonianza che i cittadini stranieri presenti nelle nostre imprese probabilmente hanno dovuto, autonoma mente e ancor prima di ottenere un impiego, risolvere il problema linguistico, risultano pochissime le imprese (tab. 26) che hanno previsto iniziative di supporto all’apprendimento dell’italiano, al momento dell’inserimento di lavoratori stranieri in azienda.

Tab. 26 - Imprese che attuano corsi/iniziative di supporto per l’apprendimento della lingua italiana, in favore degli addetti stranieri al momento dell’inserimento, per classe di addetti, settore - imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Settore Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi
7,7 0,9 15,9 4,7 4,6 8,9 6,0
No 95,9 99,1 84,9 96,1 95,4 97,6 96,4
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Ancora meno (tab. 27) i corsi organizzati dalle imprese negli ultimi due anni per gli addetti stranieri impiegati.

Tab. 27 - Imprese che hanno attivato corsi/lezioni di italiano negli ultimi due anni per gli addetti di origine straniera, per classe di addetti, settore - imprese in generale (val. %)
Classe di addetti Settore Media
Microimprese
(fino a 9 addetti)
PMI
(da 10 a 99 addetti)
Grandi imprese
(100 addetti e oltre)
Industria Commercio Terziario Servizi
4,1 0,9 15,1 3,9 4,6 2,4 3,6
No 95,9 99,1 84,9 96,1 95,4 97,6 96,4
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0